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Rassegna giurisprudenziale sulle principali sentenze pubblicate nei mesi di luglio e agosto 2017

Sentenze

Cassazione penale, sez. feriale - sentenza 21 agosto 2017, n. 39332

Contributi - Omesso versamento all'INPS delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti - Esercizio dell'azione penale.

 

Il datore di lavoro, qualora ometta di versare all’INPS le ritenute previdenziali ed assistenziali dei suoi lavoratori, ha la facoltà, prima della comunicazione della notizia di reato, entro 3 mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione, di definire il contenzioso in sede amministrativa. Tuttavia, il mancato perfezionamento del procedimento per la definizione in sede amministrativa non costituisce una condizione di procedibilità del reato.

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 11 agosto 2017, n. 20008

Ammortizzatori sociali - Fondo di solidarietà - Richiesta del lavoratore di accedere al trattamento di sostegno del reddito e contestuale rinuncia al preavviso e alla relativa indennità sostitutiva.

Il Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito, dell'occupazione e della riconversione e qualificazione professionale del personale dipendente dalle imprese di credito, essendo prevista a suo carico l'erogazione di assegni straordinari per il sostegno del reddito, in forma rateale, unitamente al versamento della correlata contribuzione, ed essendo tale erogazione condizionata alla previa rinuncia al preavviso ed alla relativa indennità sostitutiva per l'anticipata risoluzione del rapporto, va considerato come uno strumento che mira ad eliminare o comunque contenere al massimo il contenzioso derivante dai processi di ristrutturazione aziendale, di talchè la rinuncia al preavviso e all'indennità sostitutiva debbono considerarsi quali comportamenti negoziali implicanti l'accettazione della anticipata risoluzione del rapporto di lavoro, che precludono la successiva impugnazione del licenziamento.

 

Cassazione civile, sez. L - ordinanza 7 agosto 2017, n. 19662

Contributi - Minimale contributivo - Obbligo contributivo nel settore edile - Tassatività delle ipotesi di esenzione dall'obbligo del minimale contributivo in edilizia.

In tema di minimale contributivo previsto, nel settore edile, dal D.L. n. 244 del 1995, art. 29 convertito in L. n. 341 del 1995, è necessario scindere le due ipotesi ivi previste, quella della sospensione dell'attività, per la quale deve sussistere il presupposto dell'obbligo della retribuzione corrispettivo, obbligo che non sussiste nelle ipotesi di sospensione debitamente comunicate all'INPS in via preventiva ed oggettivamente accertabile, e quella della riduzione dell'attività, nella quale, sussistendo una retribuzione, seppure parziale, esprime tutto il suo vigore la regola del minimale e della tassatività delle ipotesi di esclusione.

Corte di Giustizia - sentenza 26 luglio 2017 (causa C‑175/16)

Orario di lavoro - Organizzazione dell’orario di lavoro - Indennità complementari - Associazione di tutela dell’infanzia - “Genitori del villaggio dei bambini” - Assenza temporanea dei “genitori” titolari - Lavoratrici impiegate in veste di “genitori” sostituti.

L’articolo 17, paragrafo 1, della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, deve essere interpretato nel senso che esso non è applicabile ad un’attività subordinata, come quella di cui al procedimento principale, consistente nell’accudire bambini nelle condizioni di un ambiente familiare, in sostituzione della persona incaricata in via principale di tale missione, qualora non sia dimostrato che l’orario di lavoro, nel suo complesso, non sia misurato o predeterminato o che possa essere stabilito dal lavoratore stesso, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 25 luglio 2017, n. 18286

Licenziamento - Licenziamento collettivo adottato al termine di una procedura collettiva per un’azienda in concordato preventivo con cessazione totale dell’attività - Obblighi di comunicazione.

Nell’ipotesi di licenziamento collettivo per cessazione di attività d'impresa, seppure il datore di lavoro non è tenuto a specificare i motivi del mancato ricorso ad altre forme occupazionali, le comunicazioni di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, devono comunque contenere, oltre la puntuale indicazione delle modalità di applicazione dei criteri di scelta, l'elenco dei lavoratori licenziati, al fine di consentire il controllo sindacale sulla corrispondenza all'intenzione emergente dalla comunicazione iniziale circa il coinvolgimento dell'intero organico nella chiusura dell'insediamento produttivo. Al riguardo, si deve ribadire che la procedura disciplinata dalla L. n. 223 del 1991 trova applicazione, per espressa previsione dell'art. 24, comma 2, anche ai licenziamenti conseguenti alla chiusura dell'insediamento produttivo, con la precisazione che, per effetto di tale estensione, la tutela opera nei limiti della compatibilità della disciplina richiamata con i risultati in concreto perseguibili in relazione alla cessazione dell'attività aziendale e cioè, in sostanza, nella prospettiva di rendere possibile il controllo sindacale sulla effettività della scelta datoriale di porre termine all'esercizio dell'impresa.

 

Corte di Giustizia - sentenza 20 luglio 2017 (causa C‑416/16)

Trasferimenti di imprese - Mantenimento dei diritti dei lavoratori - Ambito di applicazione - Nozioni di "lavoratore" e di "trasferimento di stabilimento".

L’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, dev’essere interpretato nel senso che una situazione nella quale un’impresa comunale, il cui unico azionista è un comune, è sciolta mediante delibera dell’organo esecutivo di tale comune, e le cui attività sono trasferite in parte a detto comune, per essere esercitate direttamente da quest’ultimo, e in parte a un’altra impresa comunale ricostituita a tal fine, di cui questo stesso comune è parimenti unico azionista, rientra nel campo di applicazione della suddetta direttiva, a condizione che l’identità dell’impresa di cui trattasi sia conservata dopo il trasferimento, circostanza che spetta al giudice del rinvio accertare.

Una persona, quale il ricorrente nel procedimento principale, che, per via della sospensione del suo contratto di lavoro, non si trova nell’esercizio effettivo delle sue funzioni, rientra nella nozione di «lavoratore», ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1, lettera d), della direttiva 2001/23, allorché risulta essere tutelata come lavoratore dalla legislazione nazionale in questione, circostanza che spetta tuttavia al giudice del rinvio verificare. Fatta salva tale verifica, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, i diritti e gli obblighi derivanti dal suo contratto di lavoro devono essere considerati trasferiti al cessionario, conformemente all’articolo 3, paragrafo 1, di tale direttiva.

 

Cassazione civile, sez. L - ordinanza 20 luglio 2017, n. 17914

Contributi - Richiesta di pagamento dei contributi - Obbligo di iscrizione alla gestione commercianti dell'INPS per il coadiutore non farmacista.

La qualificazione della farmacia come impresa commerciale non esclude la altrettanto indubbia natura di "professione liberale" dell'attività del farmacista, per il quale è prevista un'apposita assicurazione (D.Lgs.C.P.S. 13 settembre 1946, n. 233, art. 21), con la conseguente esclusione dello stesso dall'assicurazione commercianti. Tale esclusione è coerente con la finalità di evitare duplicazioni di assicurazione, finalità che non si riscontra riguardo agli eventuali coadiutori familiari non farmacisti, rispetto ai quali, al contrario, l'esclusione dell'assicurazione nonostante la loro partecipazione all'attività di un'impresa commerciale rappresenterebbe una disarmonia rilevante sul piano dei principi costituzionali di uguaglianza (art. 3 Cost., comma 1) e di garanzia di un'adeguata tutela di tipo previdenziale dei lavoratori (art. 38 Cost., comma 2);

 

Cassazione penale, sez. III - sentenza 20 luglio 2017, n. 35757

Infortuni sul lavoro - Condanna di un responsabile per la mancata installazione di misure antinfortunistiche - Accoglimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Nei riguardi del responsabile del reato di cui al D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 122, che, in qualità di titolare di ditta individuale, ha omesso di istallare una serie di misura antinfortunistiche a tutela dei propri dipendenti e non ha poi provveduto, pur avendo rimosso le predette omissioni, al versamento della sanzione prevista per le stesse in via amministrativa, deve escludersi che la circostanza che lo stesso fosse gravato da precedenti penali ed abbia indotto il giudice di merito ad irrogare una pena commisurata ad una sanzione superiore, quale sua base di calcolo, alla pena edittale minima, possa valere quale implicita legittima motivazione per il non accoglimento della causa non punibilità ex art. 131-bis cod. pen..

 

Corte di Giustizia - sentenza 19 luglio 2017 (causa C‑143/16)

Lavoro intermittente - Parità di trattamento - Discriminazione fondata sull'età - Contratto di lavoro intermittente che può essere concluso con soggetti con meno di 25 anni di età - Cessazione automatica del contratto di lavoro.

L’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nonché l’articolo 2, paragrafo 1, l’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), e l’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano ad una disposizione, quale quella di cui al procedimento principale, che autorizza un datore di lavoro a concludere un contratto di lavoro intermittente con un lavoratore che abbia meno di 25 anni, qualunque sia la natura delle prestazioni da eseguire, e a licenziare detto lavoratore al compimento del venticinquesimo anno, giacché tale disposizione persegue una finalità legittima di politica del lavoro e del mercato del lavoro e i mezzi per conseguire tale finalità sono appropriati e necessari.

 

Corte di Giustizia - sentenza 13 luglio 2017 (causa C‑354/16)

Lavoro a tempo parziale - Parità di trattamento - Divieto di discriminazione basata sul sesso - Pensione aziendale - Accordo quadro sul lavoro a tempo parziale - Modalità di calcolo dei diritti a pensione acquisiti.

La clausola 4, punti 1 e 2, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale, concluso il 6 giugno 1997, allegato alla direttiva 97/81/CE, del 15 dicembre 1997, relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES, come modificata, nonché l’articolo 4 della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che, ai fini del calcolo dell’importo di una pensione aziendale, stabilisca una distinzione tra il reddito da lavoro inferiore alla soglia di reddito massima considerabile per il calcolo dei contributi al regime di assicurazione pensionistica obbligatoria e il reddito da lavoro superiore ad essa e che non tratti il reddito derivante da un impiego a tempo parziale calcolando, innanzitutto, il reddito corrisposto per un impiego a tempo pieno corrispondente, determinando, in seguito, le quote parte, rispettivamente, superiore e inferiore alla soglia di reddito massima considerabile per il calcolo dei contributi e, infine, applicando tale rapporto al reddito ridotto derivante dall’impiego a tempo parziale.

La clausola 4, punti 1 e 2, del suddetto accordo nonché l’articolo 4 della direttiva 2006/54 devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che, nel calcolo dell’importo di una pensione aziendale di un lavoratore dipendente che abbia lavorato in parte a tempo pieno e in parte a tempo parziale, stabilisca un tasso di occupazione uniforme per la durata complessiva del rapporto di lavoro, purché tale metodo di calcolo della pensione di vecchiaia non violi la regola del prorata temporis. Spetta al giudice del rinvio verificare che ciò avvenga nel caso di specie.

Gli articoli 1 e 2 nonché l’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che preveda una pensione aziendale di entità corrispondente al rapporto tra l’anzianità di servizio e la durata del periodo compreso tra l’entrata in servizio nell’azienda e il raggiungimento del limite di età ordinario previsto dal regime di assicurazione pensionistica obbligatoria e che applichi un limite massimo alle annualità di servizio che possono essere computate.

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 12 luglio 2017, n. 17160

Rapporto di lavoro - Subordinazione - Rapporto svolto all'esterno del perimetro aziendale - Illegittimità del recesso.

Nelle ipotesi di svolgimento della prestazione al di fuori dalla sede aziendale, gli elementi distintivi tra l'attività di lavoratore autonomo agente o simile e quella di lavoratore subordinato in qualità di piazzista-rappresentante di commercio, consistono proprio nella esistenza di obblighi da parte del piazzista di visite quotidiane programmate dal datore di lavoro, nell'assenza di margini di scelta della clientela che è indicata dal datore di lavoro, come anche nell'utilizzo di strumenti di lavoro forniti dal datore di lavoro, quali ad esempio l'automezzo utilizzato per la collocazione e la consegna della merce venduta.

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 10 luglio 2017, n. 16997

Ammortizzatori sociali - Godimento dell'indennità di mobilità - Presupposti richiesti - Erogazione del trattamento di disoccupazione al lavoratore straniero nel periodo in cui torna al paese di origine - Condizioni per la revoca del trattamento

Il lavoratore straniero ha diritto di fruire dell'indennità di disoccupazione erogato dall’INPS anche durante il periodo in cui questi è rientrato in Senegal, proprio paese di origine, nel caso in cui non è fornita la prova che, nel periodo in questione, l'assicurato non si sia presentato a convocazioni da parte degli uffici competenti o abbia rifiutato una congrua offerta di lavoro.

 

 

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