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Rassegna giurisprudenziale sulle principali sentenze pubblicate nel mese di ottobre

Sentenze

Cassazione civile, sez. L - sentenza 27 ottobre 2017, n. 25653

Licenziamento - Soppressione della posizione lavorativa a seguito della cessazione del contratto di appalto - Licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Nel caso di licenziamento che non trova ragione in una generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile, bensì nella soppressione di un servizio legato alla cessazione di un appalto, il nesso causale che deve sussistere tra la ragione organizzativa o produttiva posta a fondamento del recesso ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 3 e la soppressione del posto di lavoro (cfr. Cass. n. 25201 del 2016) è idoneo, di per sè, ad individuare il personale da licenziare, tanto che nella specie sono stati licenziati tutti gli autisti addetti a quel servizio, senza ulteriore esigenza di fare ricorso ai criteri integrativi di correttezza e buona fede per la selezione dei licenziandi.

 

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 24 ottobre 2017, n. 25147

Licenziamento - Copia da parte del dipendente sulla pen drive personale di dati aziendali non protetti da password - Assenza della divulgazione a terzi dei dati archiviati - Mancanza di autorizzazione per il lavoratore di avvalersi dei dati aziendali per finalità proprie.

La condotta tenuta (rappresentata dalla duplicazione di file dal sistema informatico della società al quale il dipendente aveva accesso in ragione della sua qualifica) non è riconducibile alla violazione meno grave, punita con sanzione conservativa (dall'ammonizione scritta alla sospensione), consistente nella mera utilizzazione in modo improprio di strumenti di lavoro aziendali. La condotta tenuta si differenzia da quella prevista dall'art. 51 del contratto collettivo in quanto connotata dallo scopo perseguito di sottrarre dati ed informazioni, per la cui realizzazione correttamente è stata ritenuta non essenziale la distruzione o rimozione dal sistema del dato stesso, laddove invece la sanzione più lieve è comminata in relazione ad usi impropri e non autorizzati quali, ad esempio, l'invio di mail per ragioni personali o l'archiviazione di dati o informazioni strettamente personali (fotografie, musica etc.). 
Ai fini del perfezionamento della condotta non era essenziale l'avvenuta divulgazione a terzi dei dati di cui si era indebitamente appropriato essendo a tal fine sufficiente la mera sottrazione dei dati stessi. Del pari, condivisibilmente, resta neutra ai fini della valutazione della condotta la circostanza che i dati sottratti fossero o meno protetti da specifiche password. La circostanza che per il dipendente l'accesso ai dati fosse libero non lo autorizzava ad appropriarsene creandone copie idonee a far uscire le informazioni al di fuori della sfera di controllo del datore di lavoro. E' condivisibile l'affermazione della Corte di appello che una tale condotta violi il dovere di fedeltà sancito dall'art. 2105 cod. civ.. Tale dovere si sostanzia nell'obbligo del lavoratore di astenersi da attività contrarie agli interessi del datore di lavoro, tali dovendosi considerare anche quelle che, sebbene non attualmente produttive di danno, siano dotate di potenziale lesività (cfr. Cass. 30/01/2017 n. 2239).


 

Cassazione civile, sez. III - sentenza 24 ottobre 2017, n. 25091

Infortuni sul lavoro - Lesioni subite dal dipendente all'esito di un sinistro avvenuto su lavoro - Risarcimento del danno - Responsabilità che supera i limiti del massimale per mala gestio.

Benchè l’'obbligazione dell'assicuratore ex art. 1917 cod. civ., non avendo ad oggetto direttamente il risarcimento dei danni bensì il pagamento, nei limiti del massimale, di una somma di importo pari all'ammontare del danno che l'assicurato deve corrispondere o ha già corrisposto al danneggiato, dia luogo ad un credito di valuta e non di valore, il quale sorge quando sia divenuto liquido ed esigibile il debito dell'assicurato nei confronti del danneggiato, allorquando come nella specie l'assicurato a causa del ritardo nella liquidazione dell'indennizzo debba pagare al terzo danneggiato una somma maggiore di quella che avrebbe corrisposto all'epoca del sinistro, al medesimo va dall'assicuratore risarcito il maggior danno derivante dalla svalutazione monetaria causata dal ritardo (art. 1224 cod. civ.), anche oltre i limiti del massimale (v. Cass., 13/3/2009, n. 6155; Cass., 6/3/1996, n. 1785; e, da ultimo, Cass., 5/5/2016, n. 9091).
Sebbene costituente anche inadempimento del contratto stipulato con l'assicurato, il comportamento negligente dell'assicuratore arreca infatti in tale ipotesi un (ulteriore) danno al terzo danneggiato, il cui risarcimento costituisce debito di valore (tale in ogni caso essendo, invero, il risarcimento del danno sia da illecito che da inadempimento.
Quanto prestato dall'assicurato al terzo danneggiato si sostanzia in un quid monetario corrispondente a un valore reale tendenzialmente finalizzato a reintegrare il patrimonio del medesimo, e pertanto da quantificarsi tenendo conto - anche d'ufficio - della svalutazione monetaria sopravvenuta fino alla data della liquidazione (v. Cass., 27/6/2016, n. 13225; Cass., 10/3/2010, n. 5843; Cass., 1/12/2003, n. 18299 e già Cass., 9/7/1979, n. 3925), e sulla somma rivalutata sono dovuti gli interessi legali (cfr. Cass., 28/4/2014, n. 10193), i quali assolvono a una funzione diversa rispetto alla rivalutazione, essendo diretti a compensare il pregiudizio derivato al depauperato dalla mancata disponibilità della somma dovuta, e devono essere calcolati, quale ne sia il tasso, non sulla somma liquidata per il capitale, rivalutata definitivamente, ma con riferimento ai singoli momenti, con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente in base agli indici prescelti di rivalutazione monetaria ovvero a un indice medio (cfr. Cass., 11/2/2002, n. 1884).


 

Corte di Giustizia - sentenza 19 ottobre 2017 (causa C-200/16)

Trasferimenti di impresa o di stabilimento - Mantenimento dei diritti dei lavoratori - Obbligo di riassunzione dei lavoratori da parte del cessionario - Prestazione di servizi di custodia e di sicurezza svolta da un’impresa - Procedura di gara.

L’articolo 1, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, deve essere interpretato nel senso che rientra nella nozione di «trasferimenti di imprese [o] di stabilimenti», ai sensi di tale disposizione, la situazione in cui un committente ha risolto il contratto di prestazione di servizi di sorveglianza e di custodia dei suoi impianti concluso con un’impresa, e ha poi stipulato, ai fini dell’esecuzione di detta prestazione, un nuovo contratto con un’altra impresa, la quale si rifiuta di rilevare i dipendenti della prima, quando le attrezzature indispensabili per l’esercizio di detta prestazione siano state rilevate dalla seconda impresa.
L’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel senso che osta a una disposizione nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, la quale prevede che non rientri nell’ambito della nozione di «trasferimenti di imprese [o] di stabilimenti», ai sensi di detto articolo 1, paragrafo 1, la perdita di un cliente da parte di un operatore in seguito all’aggiudicazione di un appalto di servizi a un altro operatore.


 

Corte di Giustizia - sentenza 19 ottobre 2017 (causa C‑531/15)

Protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori - Lavoratrice in periodo di allattamento - Valutazione dei rischi associati al posto di lavoro - Contestazione da parte della lavoratrice interessata.

L’articolo 19, paragrafo 1, della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, dev’essere interpretato nel senso che esso si applica ad una situazione come quella oggetto del procedimento principale, in cui una lavoratrice in periodo di allattamento contesta, dinanzi ad un organo giurisdizionale nazionale o dinanzi a qualsiasi altro organo competente dello Stato membro interessato, la valutazione dei rischi associati al suo posto di lavoro, in quanto non sarebbe stata effettuata conformemente all’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 92/85/CEE del Consiglio, del 19 ottobre 1992, concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento.
L’articolo 19, paragrafo 1, della direttiva 2006/54 dev’essere interpretato nel senso che, in una situazione come quella oggetto del procedimento principale, spetta alla lavoratrice interessata dimostrare fatti idonei ad indicare che la valutazione dei rischi associati al suo posto di lavoro non è stata effettuata conformemente ai requisiti di cui all’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 92/85 e in base ai quali si possa in tal modo presumere la sussistenza di una discriminazione diretta fondata sul sesso, ai sensi della direttiva 2006/54, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare. Incomberà, pertanto, alla parte convenuta dimostrare che detta valutazione dei rischi è stata effettuata conformemente ai requisiti previsti dalla menzionata disposizione e che, pertanto, non vi è stata alcuna violazione del principio di non discriminazione.

 

Corte di Giustizia - sentenza 18 ottobre 2017 (causa C-409/16)

Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego - Discriminazione basata sul sesso - Concorso per l’arruolamento alle scuole di polizia di uno Stato membro.

Le disposizioni della direttiva 76/207/CEE del Consiglio, del 9 febbraio 1976, relativa all’attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, come modificata dalla direttiva 2002/73/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 settembre 2002, vanno interpretate nel senso che ostano alla normativa di uno Stato membro, come quella oggetto del procedimento principale, che subordina l’ammissione dei candidati al concorso per l’arruolamento alla scuola di polizia di detto Stato membro, indipendentemente dal sesso di appartenenza, a un requisito di statura minima di m. 1,70, ove tale normativa svantaggi un numero molto più elevato di persone di sesso femminile rispetto alle persone di sesso maschile e non risulti idonea e necessaria per conseguire il legittimo obiettivo che essa persegue, ciò che spetta al giudice del rinvio verificare.

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 12 ottobre 2017, n. 24015

Trasferimento - Mutamento geografico del luogo della prestazione lavorativa - Divieto di trasferire il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente.

Ai sensi della L. n. 104 del 1992, art. 33, comma 5 nel testo modificato dalla L. 24 novembre 2010, n. 183, art. 24, comma 1, lett. b) il divieto di trasferimento del lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente opera ogni volta che muti definitivamente il luogo geografico di esecuzione della prestazione anche se lo spostamento venga attuato nell'ambito della medesima unità produttiva".
Ai sensi della L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 5 come modificato dalla L. 24 novembre 2010, n. 183, art. 24, comma 1, lett. b) il diritto del lavoratore a non essere trasferito ad altra sede lavorativa senza il suo consenso non può subire limitazioni risultando la inamovibilità giustificata dal dovere di cura e di assistenza da parte del lavoratore al familiare disabile, sempre che non risultino provate da parte del datore di lavoro specifiche esigenze tecniche, organizzative e produttive che, in un equilibrato bilanciamento tra interessi, risultino effettive e comunque insuscettibili di essere diversamente soddisfatte.
Il trasferimento del lavoratore legittima il rifiuto del dipendente che ha diritto alla tutela di cui alla L. n. 104 del 1992, art. 33, comma 5 di assumere servizio nella sede diversa cui sia stato destinato ove il trasferimento sia idoneo a pregiudicare gli interessi di assistenza familiare del dipendente e ove il datore di lavoro non provi che il trasferimento è stato disposto per effettive ragioni tecniche, organizzative e produttive insuscettibili di essere diversamente soddisfatte.

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 12 ottobre 2017, n. 24014

Licenziamento - Furto di modico valore - Contestazione disciplinare - Ricorrenza della giusta causa e giudizio di proporzionalità della sanzione espulsiva - Rilevanza degli aspetti concreti afferenti alla natura ed alla utilità del singolo rapporto.

La valutazione in ordine alla ricorrenza della giusta causa e al giudizio dì proporzionalità della sanzione espulsiva deve essere operata con riferimento agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla utilità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, al nocumento eventualmente arrecato, alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del loro verificarsi, ai motivi e all'intensità dell'elemento intenzionale o di quello colposo (tra le più recenti, Cass. n. 1977/2016, n. 1351/2016, n. 12059/2015, n. 25608/2014). Con la precisazione, quanto a quest'ultimo che, al fine di ritenere integrata la giusta causa di licenziamento, non è necessario che l'elemento soggettivo della condotta del lavoratore si presenti come intenzionale o doloso, nelle sue possibili e diverse articolazioni, posto che anche un comportamento di natura colposa, per le caratteristiche sue proprie e nel convergere degli altri indici della fattispecie, può risultare idoneo a determinare una lesione del vincolo fiduciario così grave ed irrimediabile da non consentire l'ulteriore prosecuzione del rapporto. (Cass. n. 13512/2016, n. 5548/2010).
Con riguardo ai casi nei quali siffatta indagine debba compiersi, come nel caso concreto, in relazione ad una contestazione di "asportazione di beni" dell'azienda, la modesta entità del fatto può essere ritenuta non tanto con riferimento alla tenuità del danno patrimoniale, quanto in relazione all'eventuale tenuità del fatto oggettivo, sotto il profilo del valore sintomatico che lo stesso può assumere rispetto ai futuri comportamenti del lavoratore e, quindi, alla fiducia che nello stesso può nutrire l'azienda, essendo necessario al riguardo che i fatti addebitati rivestano il carattere di grave negazione degli elementi del rapporto di lavoro e, specialmente, dell'elemento essenziale della fiducia, cosicchè la condotta del dipendente sia idonea a porre in dubbio la futura correttezza del suo adempimento.


 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 11 ottobre 2017, n. 23846

Rapporto di lavoro - Qualificazione del rapporto come subordinato - Elementi da cui il giudice può desumere la subordinazione come il rispetto di un orario di lavoro ed il compenso garantito non legato al risultato.

L'esistenza del vincolo di subordinazione va concretamente apprezzata con riguardo alla specificità dell'incarico conferito dal lavoratore e al modo della sua attuazione, fermo restando che ogni attività umana economicamente rilevante può essere oggetto di un rapporto di lavoro sia autonomo sia subordinato. In sede di legittimità quello che è censurabile è unicamente la determinazione dei criteri generali e astratti da applicare al caso concreto, mentre costituisce accertamento di fatto, incensurabile in tale sede se sorretta da motivazione adeguata e immune da vizi logici e giuridici, la valutazione delle risultanze processuali che hanno indotto il giudice ad includere il rapporto controverso nell'uno o nell'altro schema contrattuale. 
Nei casi in cui la distinzione tra lavoro autonomo e subordinato è di più complessa enucleazione in relazione al tipo di incarico conferito al lavoratore e al contesto in cui è svolta la prestazione, è legittimo ricorrere ad indicatori sussidiari, quali la presenza della pur minima organizzazione imprenditoriale ovvero l'incidenza del rischio economico, l'osservanza di un orario, la forma di retribuzione, la continuità della prestazione. E' stata, di conseguenza, enucleata la regula juris, alla quale s'intende dare continuità, secondo la quale, sia nel caso in cui le mansioni inerenti alla prestazione siano elementari, ripetitive, e predeterminate nelle modalità di esecuzione, sia in quello opposto, in cui le stesse mansioni, per lo più intellettuali, siano tali da essere dotate di notevole elevatezza e/o creatività, il criterio rappresentato dall'assoggettamento del prestatore all'esercizio del potere direttivo, organizzativo e disciplinare può non risultare significativo per la qualificazione della natura del rapporto, occorrendo in tal caso far ricorso a criteri distintivi sussidiari quali la continuità e durata dello stesso, le modalità di erogazione del compenso, la regolamentazione dell'orario, la presenza di una pur minima organizzazione imprenditoriale e la sussistenza di un reale potere di autorganizzazione in capo al prestatore (in merito a ipotesi analoghe a quella in esame si vedano Cass. n. 20367/2014 e Cass. n. 12330/2016).


 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 10 ottobre 2017, n. 23697

Assenze e permessi - Rapporto dirigenziale - Mancata fruizione delle ferie - Autonoma scelta del dirigente - Esclusione della configurabilità di un inadempimento colpevole del datore. 

Il lavoratore, al quale il godimento delle ferie non sia stato in effetti garantito, sia in corso di rapporto che al momento della sua risoluzione, potrà invocare la tutela civilistica e far valere l'inadempimento del datore di lavoro che abbia violato le norme inderogabili di legge e non gli abbia consentito di recuperare le energie psico-fisiche.
L'inadempimento deve essere addebitabile al soggetto nei cui confronti l'azione di danno viene esperita e pertanto è necessario che il mancato godimento delle ferie sia derivato da causa imputabile allo stesso datore di lavoro. Questa condizione non si verifica nel caso in cui il dirigente, per la posizione apicale ricoperta nell'azienda, pur avendo il potere di attribuirsi le ferie in piena autonomia, senza condizionamento alcuno da parte del titolare dell'impresa, non lo eserciti. In detta ipotesi, infatti, salva la ricorrenza di imprevedibili ed indifferibili esigenze aziendali, la mancata fruizione finisce per essere la conseguenza di un'autonoma scelta del dirigente, che esclude la configurabilità di un inadempimento colpevole del datore.
Ex art. 2697 cpv. c.c. il potere - in capo al dirigente - di scegliere da se stesso tempi e modi di godimento delle ferie costituisce eccezione da sollevarsi e provarsi a cura del datore di lavoro, mentre l'esistenza di necessità aziendali assolutamente eccezionali e obiettive, ostative alla fruizione di tali ferie, integra controeccezione da proporsi e dimostrarsi a cura del dirigente. 

 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 4 ottobre 2017, n. 23189

Malattia - Demansionamento - Indennizzo INAIL - Individuazione dei danni richiesti non riconducibili alla copertura assicurativa (cd. danni complementari).

Le somme eventualmente versate dall'INAIL a titolo di indennizzo del D.Lgs. n. 38 del 2000, ex art. 13, non possono considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato o ammalato, sicchè, a fronte di una domanda del lavoratore che chieda al datore di lavoro il risarcimento dei danni connessi all'espletamento dell'attività lavorativa, il giudice adito, una volta accertato l'inadempimento, dovrà verificare se, in relazione all'evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal D.P.R. n. 1124 del 1965, ed in tal caso, potrà procedere, anche d'ufficio, alla verifica dell'applicabilità dell'art. 10 del decreto citato, ossia all'individuazione dei danni richiesti che non siano stati riconducibili alla copertura assicurativa (cd. danni complementari), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile; ove siano state dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile d'ufficio, potrà pervenire alla determinazione dell'eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall'INAIL, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure ove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all'indennizzo, ed anche se l'Istituto non abbia in concreto provveduto all'indennizzo stesso" (Cass. n. 9166/2017).



 

Cassazione civile, sez. L - sentenza 3 ottobre 2017, n. 23050

Contributi - Erronea indicazione del numero dei contributi versati ai fini della fruizione della pensione di anzianità - Danno sofferto dall'interessato per la successiva interruzione del rapporto di lavoro per dimissioni e del versamento dei contributi.

Nell'ipotesi in cui un ente previdenziale, avente personalità giuridica di diritto privato, comunichi ad un proprio assicurato un'informazione erronea in ordine all'avvenuta maturazione del requisito contributivo occorrente per poter fruire della pensione di vecchiaia, pur non essendo applicabile la L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 54, il quale pone a carico dell'INPS l'obbligo di comunicare agli assicurati l'entità dei contributi versati, merita nondimeno tutela, ai sensi dell'art. 1175 cod. civ., l'affidamento dell'assicurato, essendo altresì gli organi degli enti previdenziali privati, per l'attività di amministrazione e di gestione svolta, in possesso di dati e di conoscenze, che comportano la titolarità di poteri e di connessi doveri, anche di comunicazione, da esercitare con diligenza. Ne consegue che grava sull'ente previdenziale l'obbligo di risarcire il danno derivato dall'erronea comunicazione e dalla conseguente decisione dell'assicurato di cancellarsi dall'albo professionale (Cass. n. 3195/12). Il principio vale, a maggior ragione, per l'INPS.
Nell'ipotesi in cui l'I.N.P.S. abbia fornito all'assicurato, mediante il rilascio di estratti - conto assicurativi, contenenti risultanze di archivio e pur se privi di sottoscrizione, una erronea indicazione (in eccesso) del numero dei contributi versati, solo apparentemente sufficienti a fruire di pensione di anzianità, il danno sofferto dall'interessato per la successiva interruzione del rapporto di lavoro per dimissioni e del versamento dei contributi, è riconducibile non già a responsabilità extracontrattuale, ma contrattuale, in quanto fondata sull'inadempimento dell'obbligo legale gravante su enti pubblici dotati di poteri di indagine e certificazione, anche per il tramite delle clausole generali di correttezza e buona fede (applicabili alla stregua dei principi di imparzialità e di buon andamento di cui all'art. 97 Cost.), di non frustrare la fiducia di soggetti titolari di interessi al conseguimento di beni essenziali della vita (quali quelli garantiti dall'art. 38 Cost.), fornendo informazioni errate o anche dichiaratamente approssimative, pur se contenute in documenti privi di valore certificativo.

 

 

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